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SACKO SOUMALI E IL POMODORO GLOBALIZZATO

6 giugno 2018

di Igor Giussani

Il barbaro assassinio di Sacko Soumali, sindacalista del Mali ucciso nei giorni scorsi a Vibo Valentia, ha di nuovo catapultato all’attenzione pubblica (…per quanto?) la drammatica situazione di sfruttamento di questi lavoratori. Ma questo sistema non riguarda solo il Sud Italia, è l’espressione di un movimento che si dispiega a livello planetario; riflettere sulla ragion d’essere del caporalato agricolo è doveroso.

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Ogniqualvolta mi chiedono un libro di facile lettura per comprendere la globalizzazione, immancabilmente consiglio I signori del cibo di Stefano Liberti. Dei quattro capitoli che lo compongono – uno per ogni alimento indagato – la sezione dedicata alle contorsioni geoeconomiche del pomodoro è probabilmente quella che più di tutti disvela i meccanismi perversi del mercato globalizzato. Quando sono venuto a conoscenza dell’omicidio di Sacko Soumali, sindacalista del Mali impegnato in difesa dei raccoglitori di pomodoro nella zona di Vibo Valentia, mi è venuta subito in mente la conclusione dell’opera:

Risultati immagini per sacko soumali… questi ultimi [gli immigrati sfruttati dai caporali, n.d.r.] non sono schiavi. Sono impiegati a giornata, certamente ricattabili e quasi del tutto privi di potere negoziale, ma che nessuno costringe a lavorare in catene. La distinzione non è un mero esercizio semantico: definendo questi braccianti schiavi e dando al fenomeno una coloratura arcaica, quasi marginale, lo si relativizza, riducendolo al rango di anomalia locale. Invece, il sistema non riguarda solo il Sud Italia con le sue sacche di illegalità e d’intermediazione illecita…Il bracciantato regolato dai caporali in Puglia è l’espressione di un movimento che si dispiega a livello planetario.

Questo movimento è la diretta conseguenza dell’offensiva delle aziende-locusta che lavorano sui grandi numeri, trasportano i prodotti alimentari da un capo all’altro del pianeta e si assicurano margini di guadagno grazie alle loro economie di scala, ai loro network commerciali e politici, alla loro potenza di fuoco. Risultati immagini per i signori del ciboSono i gruppi che muovono le navi-container piene di soia dal Brasile ai porti cinesi e i carichi di pomodoro concentrato dagli stessi porti verso altre direzioni. Sono quelli che riunchiudono in capannoni centinaia di migliaia di maiali nutrendoli con la soia brasiliana. Sono quelli che inscatolano ed esportano il tonno che sta scomparendo dai nostri mari. Sono quelli che comprano il pomodoro raccolto dai bambini nello Xinjang pagati un tot al metro o dagli africani senza documenti nel Sud Italia pagati un tot a cassone.

Riassumendo schematicamente: i brasiliani usano le loro terre per produrre soia che viene ingurgitata dai maiali industrializzati che la Cina ha importato dagli Stati Uniti; i cinesi usano le loro campagne per produrre il concentrato di pomodoro che verrà esportato in Africa o servirà da base al ketchup negli hamburger che i fast food come McDonald’s vendono in tutto l’Occidente – e che stanno cominciando a spopolare in Cina. (pag. 314-315)

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Lo stabilimento di Vibo Valentia, dove Soumaila Sacko, migrante di 29 anni, è stato ucciso.

Leggo che gli inquirenti, escludendo la pista xenofoba, ipotizzano un regolamento di conti interno ai migranti dovuto alla sottrazione di alcune lamiere. Nella speranza che le indagini ricostruiscano la verità (anche per difendere l’onore della vittima), riflettere sulla ragion d’essere del caporalato agricolo è doveroso, a prescindere dal fatto che il movente del delitto fosse o meno legato all’attività sindacale del giovane maliano; occorre però superare espressioni tornate di moda come “esercito industriale di riserva”, tanto evocative quanto limitanti, per un’analisi un po’ più approfondita. Come conciliare infatti la sofisticata agricoltura del XXI secolo, all’insegna dell’utilizzo di droni, sensori elettronici e ingegneria genetica, con la persistenza di pratiche ottocentesche e crudeli?

Ebbene, non solo esse sono del tutto compatibili, ma persino complementari, in base a un progetto che non è iniziato ieri. Pochi sanno che alcuni paesi africani, come il Ghana, producevano concentrato di pomodoro ma, dopo l’imposizione dei piani di liberalizzazione del Fondo Monetario Internazionale, hanno dovuto ridimensionare drasticamente le limitazioni alle importazioni, consentendo un’invasione di prodotti europei (sovvenzionati dalla PAC, la politica agricola comunitaria) che ha distrutto l’industria di trasformazione locale. Risultati immagini per ghana pac pomodoroLiberti ha scoperto che, tra il 1998 e il 2003, le esportazioni della UE in Ghana di ‘tomate paste’ sono aumentate del 650%, coperte dall’Unione con sovvenzioni di 45 euro a tonnellata; le aziende italiane, in particolare, hanno tratto lauti guadagni da questo business.

Tutto ciò ci spiega perché Soumali non si trovasse “a casa sua”, ma non giustifica ancora la ragion d’essere del caporalato; a tal fine, è il caso di restituire la parola a Liberti. Descrivendo la storia personale di un bracciante ghanese, scrive:

E’ una rappresentazione perfetta delle perversioni e delle contraddizioni del sistema alimentare globalizzato. L’uomo lavora in Italia per raccogliere la materia prima che potrebbe finire – e che un tempo finiva massicciamente, prima di essere a sua volta sostituita da quella prodotta in Cina – nel concentrato che viene esportato nel suo paese e rimpiazza i pomodori freschi che lui e altri producevano nella sua regione. Risultati immagini per agricoltura africa pomodoroDi fatto, è diventato parte integrante di quello stesso meccanismo che ha mandato in rovina migliaia di contadini della sua regione e che ha spinto lui stesso a partire. (pag. 308-309)

Le pratiche neoschiavili rappresentano l’anello di congiunzione essenziale per conciliare la necessità di calmierare il prezzo del cibo con la sopravvivenza di quello sperpero di risorse e spregio della termodinamica pomposamente chiamato ‘globalizzazione’, che sarebbe più opportuno ribattezzare ‘filiera inutilmente lunga sul piano produttivo ma utile per interessi lobbystici e finanziari’. Un sistema dove, a fronte di un prezzo del petrolio triplicato rispetto al boom economico, si è reagito intensificando lo sfruttamento del lavoro a ogni livello; in cui il bracciantato a due euro all’ora è la base nascosta dell’impalcatura ideologica inneggiante alle meraviglie della flessibilità; un sistema che elargisce quale dono greco un cibo dal costo ridicolo, spiegabile solo grazie a uno scellerato mix di disprezzo per l’ambiente, sofisticazione alimentare, ripudio del diritto del lavoro. Un cibo discount che, in virtù della sua economicità, giustifica ulteriori contrazioni salariali (mica rischi di morire di fame!).

Risultati immagini per cibo globalizzazioneNella giornata in cui i mass media hanno diffuso urbi et orbi le dichiarazioni sui “tunisi galeotti” e la “pacchia finita per i clandestini”, il neoministro degli Interni Matteo Salvini ha così commentato l’omicidio di Saucko Somali: “Non è mai la violenza a risolvere alcuni tipi di problemi. Voglio lavorare affinché siano rispettate le leggi o per cambiare le leggi che premiano i delinquenti e puniscono le persone per bene”. Astratta dal contesto, questa frase potrebbe riguardare un nipote che ha riempito di botte lo scippatore della nonna, non suona esattamente come ferma condanna dell’episodio. E pensare che Saucko, con il suo impegno sindacale, si era dimostrato veramente anti-sistema, diversamente da chi pretende la sovranità per sé e il giogo globalizzatore per gli altri. Per qualunque ragione sia stato ucciso, la sua morte è sicuramente un sollievo per gente abituata a trattare affari molto diversi dal recupero di lamiere; per conoscere meglio la loro identità, un giretto per gli scaffali del supermercato potrebbe offrire più di qualche indizio.

5/06/2018

da www.decrescita.com

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