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PERCHE’ (E COME) ESPELLERE LA FINANZA PARASSITA DAI SERVIZI PUBBLICI LOCALI

di Alessandro Iadecola e Roberto Mostacci

Pubblichiamo due articoli che trattano in maniera analitica la situazione dei servizi pubblici locali (acqua, rifiuti, trasporti, ecc.) in Italia. La finanza si è impossessata di fatto delle redini di comando. La gestione non è più ispirata al benessere collettivo, ma tramite il paravento dell’efficienza, al raggiungimento del massimo profitto possibile. Due articoli non facili da leggere: ma ne vale la pena. 

 

Se la finanza entra nei servizi pubblici locali

Con l’esplosione della finanziarizzazione, cos’è successo alle utilities? Boom dei debiti per tutti, tranne che per l’acqua. Come tornare al servizio pubblico, con nuovi strumenti.

Nel nostro Paese neanche le più alte espressioni della democrazia quali un referendum dall’esito inequivocabile e una sentenza della Corte Costituzionale che ne affermi la cogenza, sono in grado di opporsi all’intreccio tra potere politico e potere economico. E’ bastata una semplice delibera dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas (durante le vacanze di fine anno) per ricacciare il “bene comune per eccellenza”, l’acqua, nell’alveo della pura ideologia del mercato dalla quale il voto di 27 milioni di cittadini intendevano preservarlo.

Ha pienamente ragione Comito quando scrive della deriva pericolosa nei rapporti tra grandi imprese e territori, tra finanza e sindaci (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/capitali/Acciaio-servizi-locali-finanza-il-degrado-del-sistema-Italia-16207). A conferma dell’attualità del tema, l’IFEL ci ha richiesto un contributo di conoscenza sul tema specifico “meccanismi di finanziamento degli investimenti a supporto dei servizi pubblici locali” inserito in appendice al volume “Le partecipazioni dei Comuni nelle public utilities”  (http://www.fondazioneifel.it/Studi-Ricerche-IFEL/Volumi/Le-partecipazioni-dei-comuni-nelle-public-utilities-locali.-Il-quadro-delle-regole-ladimensione-del-fenomeno-e-la-percezione-delle-collettivita) nel quale emergono con chiarezza indubitabili segnali di ”avvitamento suicida” del settore dei servizi pubblici locali.

La forte permeabilità del settore al fenomeno della finanziarizzazione, che ha investito l’economia globale negli ultimi decenni, è rappresentato dalla crescente dipendenza dal settore finanziario. Tale compenetrazione, nonostante l’esponenziale incremento delle tariffe e del carico sui cittadini, ha determinato il deterioramento della struttura patrimoniale delle società erogatrici di servizi pubblici che, ormai in molti casi, presentano indicatori patrimoniali da tribunale fallimentare.

Il forte indebitamento nei confronti del sistema finanziario

Nel periodo considerato, il debito finanziario delle società quotate è cresciuto con un incremento del 118%. Acea è passata da 1 miliardo a quasi 4 miliardi di euro di indebitamento nei confronti del sistema finanziario, mentre Hera e Iren da 800 milioni a quasi 3 miliardi di euro. Certamente sono stati effettuati investimenti in questi anni. Ma nessuno è in grado di affermare se essi hanno incrementato l’efficacia e l’efficienza del servizio per i cittadini e se sono stati effettuati secondo criteri di economicità. Infatti, non esistono osservatori, sistemi e modelli di misurazione e comparazione degli investimenti e delle prestazioni nel settore dei servizi pubblici locali. Eppure, da tutte le parti, si grida alla necessità di adeguamento delle varie reti infrastrutturali e di servizio pubblico, senza però avere gli strumenti per comprenderne l’utilità e l’efficacia!

Pertanto, aziende precedentemente compatte e ben patrimonializzate, una volta quotate, incrementata la dimensione e il fatturato con fusioni e incorporazioni, si sono trasformate in colossi dai piedi di argilla con indicatori finanziari “a livelli estremamente critici”. Ad esempio, il Net Debt/Equity ratio (che misura il grado di copertura degli investimenti con il proprio patrimonio netto) di molte società quotate è cresciuto nel periodo considerato anche in tripla cifra, superando nel caso di Acea e avvicinandosi per Hera, Iren, A2A e Acegas, al valore di 2, considerato un indice di rischio di fallimento.

Nel settore idrico, tale indicatore medio è pari a 2,3 per tutte le aziende minori (< 60 mln mc erogati), nelle quali la crescita dell’indebitamento è stata vertiginosa nel periodo compreso tra il 2004 e il 2010 (+366%). In quelle di maggiori dimensioni la situazione non è uniforme, l’indicatore dell’Acquedotto Pugliese è molto critico (2,2) mentre la società Acquacampania (gruppo ENI) ha un Net Debt/Equity addirittura negativo (-0,43) che significa, però, che si tratta di un’azienda in ottima salute che investe poco e cresce poco, ma guadagna molto (ROE “strabiliante” del 68% nel 2010).

Nel settore del trasporto pubblico locale (TPL) l’incremento medio del Net Debt/Equity ratio è stato inferiore (54%), ma anche in questo settore, le società di minori dimensioni hanno incrementato in modo incredibile il loro debito nei confronti del sistema bancario (+761%) rispetto al 2004. Ma anche qui numerosissime sono le aziende con un forte deterioramento della qualità della struttura patrimoniale con un Net Debt/Equity “altamente critico”.

La crescita esponenziale dei ricavi necessaria per coprire gli alti oneri finanziari

Negli ultimi anni si è assistito ad un notevole incremento complessivo delle tariffe dei servizi pubblici locali che hanno consentito l’esplosione dei ricavi delle società erogatrici. Nelle aziende quotate, la cui crescita dei ricavi è stata notevole (superiore al 300% per Ascopiave e intorno al 100% per Acea e Iren) è più difficile evidenziare i fattori di incremento dei ricavi a causa anche delle attività di acquisizione, fusione e incorporazione degli ultimi anni.

Dal 2004 al 2010 i ricavi complessivi del campione analizzato nel settore idrico mostrano un incremento notevole (+66%), mentre in misura ridotta risulta l’incremento delle aziende del settore TPL (+39%), comunque ben al di sopra del 15,6% registrato dall’ISTAT quale incremento del costo della vita del periodo considerato.

L’effetto della crescita dei ricavi degli ultimi anni, unito all’incremento degli investimenti e dell’indebitamento presso il mercato finanziario, ha prodotto un vero e proprio cambiamento strutturale del conto economico delle società quotate che in sintesi potrebbe essere così definito: “ – costi operativi, – occupazione diretta + servizi esterni + ammortamenti (+147%)+ oneri finanziari (+504%) – marginalità finale per gli azionisti”. Questa è stata la tendenza generale ad eccezione delle aziende del ciclo idrico che invece hanno visto moltiplicarsi i loro profitti.

La scandalosa profittabilità delle imprese del ciclo idrico

Nel 2010 le società campione del settore idrico hanno registrato profitti ante imposte del 11,2% rispetto ai ricavi. Il ROE (return on equity) annuo è stato del 12,2% indipendentemente dalla natura degli azionisti (pubblica, privata o mista). Un esempio per tutti: la società Acquacampania con risultati estremamente positivi per gli azionisti (ENI). Il capitale investito dalla società ha prodotto il 63% di rendimento nell’anno 2010. Ma sono presenti altri ROE impensabili in un anno di crisi nel quale la maggioranza delle aziende del paese, soprattutto quelle dichiaratamente orientate al profitto, hanno chiuso i bilanci in perdita e numerosi sono stati i casi di aziende dichiarate fallite dai tribunali. Dall’AMAP di Palermo, al CA.D.F. di Codigoro (FE), all’AcquaLatina, all’Acea Ato 2 e 5, e in molte altre società il ROE del 2010 è compreso tra il 15% e il 40%. La conclusione di questo primo articolo annuncia i contenuti del secondo che seguirà a breve. A nostro avviso, in questa fase comunque di vuoto normativo (nonostante nessuno lo sottolinei), sarà necessario aprire una profonda riflessione nel nostro Paese sulle modalità di gestione, affidamento e finanziamento dei servizi pubblici locali affinché:

a) si determini la consapevolezza che i servizi pubblici essenziali per i cittadini non possono essere trattati come settori industriali genericamente definiti. Occorre superare la dicotomia pubblico vs privato e compiere un salto culturale per arrivare a nuovi concetti che, come afferma J. Stiglitz, ridimensionino l’idea dell’economia che persegue la rendita, di quell’economia, nella quale il profitto viene considerato l’unico parametro di successo;

b) si inneschino alternativi, ribaltanti meccanismi di pianificazione delle azioni, di controllo dell’efficacia e di responsabilizzazione dell’attività di gestione e di investimento, che superino le logiche e gli strumenti esclusivamente economico-finanziari e mettano in correlazione gli aspetti quantitativi di tipo economico-finanziario (costi, ricavi e investimenti) ai fondamentali elementi qualitativi del servizio pubblico (volumi idrici erogati, risparmio degli sprechi idrici, Km TPL effettuati, passeggeri trasportati, assenza di agenti nocivi, velocità di trasporto, frequenza, ecc…) all’interno di un quadro strategico di governo (incentivo all’uso dei mezzi pubblici, riduzione inquinamento città, riduzione consumi energetici e idrici e altro) oggettivamente incompatibile con la logica della massimizzazione dei profitti;

c) si creino nuovi strumenti finanziari ai quali ricorrere per gli investimenti nelle infrastrutture di pubblico servizio, che non abbiano come obiettivo finale il perseguimento della massimizzazione del rendimento finanziario degli investitori e che siano maggiormente aderenti alle realtà dei servizi pubblici essenziali in termini di durata del prestito in linea con l’ammortamento delle opere e di costo del finanziamento (riducendo il rischio e di conseguenza la remunerazione del capitale investito).

17/01/2013                da www.sbilanciamoci.info

 

Le alternative di gestione dei servizi pubblici locali

Su acqua e servizi locali la finanza ha messo le mani, a spese dei cittadini. Per rispettare il referendum, un’alternativa ora c’è: una gestione senza profitti e rendite, e con gli utenti al primo posto.

La finanza ha invaso in questi anni il settore dei servizi pubblici locali. I risultati sono stati il forte indebitamento nei confronti del sistema finanziario, la crescita esponenziale dei ricavi, ossia delle tariffe applicate ai cittadini necessari per coprire gli alti oneri finanziari, il deterioramento della struttura patrimoniale delle società erogatrici di servizi pubblici che, ormai in molti casi, sono sull’orlo della bancarotta, nonché la scandalosa profittabilità delle imprese del ciclo idrico, come abbiamo mostrato nel nostro precedente articolo su sbilanciamoci.info (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/Se-la-finanza-entra-nei-servizi-pubblici-locali-16416).

Ci sono alternative a quel percorso? Serve una profonda riflessione sulle modalità di gestione, affidamento e finanziamento dei servizi pubblici locali, invitando a compiere un salto culturale per ridimensionare l’idea dell’economia che persegue la rendita, di quell’economia, nella quale il profitto viene considerato l’unico parametro di successo. Secondo il premio Nobel J. Stiglitz ne “Il problema di quelli dell’un per cento” in un’economia che persegue la rendita, com’è diventata la nostra, le entrate private e quelle sociali sono malamente squilibrate: la crisi ha dimostrato come la rendita ha potuto seminare devastazioni nell’economia. Gran parte della diseguaglianza della nostra economia, è conseguenza del perseguimento della rendita perché, in misura significativa, la ricerca della rendita ridistribuisce il denaro di quelli che stanno in basso a quelli che stanno al vertice.

In Italia, sul terreno dei servizi pubblici locali negli ultimi venticinque anni si è combattuta la battaglia tra la tutela dell’autonomia organizzativa dell’Ente Locale riconosciuta dalla Costituzione e la tutela della concorrenza sul mercato, anch’essa presente in Costituzione. Tale continuo andirivieni teso alternativamente ad allargare e a restringere tali tutele, ha causato l’instabilità normativa e la non definizione di un quadro di regole certe e permanenti a tutto svantaggio dei veri “stakeholders”, dei cittadini normali, della “classe media”.

Nonostante le grandi campagne, i referendum, le sentenze della Cassazione e non ultimo il parere del Consiglio di Stato sull’illegittimità delle tariffe idriche, sta prevalendo anche in questo settore, la tesi della piena concorrenza tra le imprese al fine di ricercare l’efficienza del capitale, la massimizzazione del suo rendimento a scapito di tutto il resto (persone, ambiente, coesione sociale, democrazia) che consente l’acquisizione della fiducia dei mercati come da rituale montiano.

Ma, paradossalmente se ben si riflette, tale imperativo si fonda sulla speranza che il bene di tutti sia il risultato del comportamento egoista degli individui. E come afferma un altro economista “non allineato” come C. Felber nel suo “Economia del bene comune”, un’economia di mercato che si basa sulla ricerca del profitto e sulla concorrenza, e quindi sullo sfruttamento reciproco, non è compatibile né con la dignità dell’uomo, né con la sua libertà. Essa distrugge sistematicamente la fiducia sociale, nella speranza (spesso illusoria) di una maggiore efficienza.

Servizi senza profitti

Si può pensare di superare la vecchia dicotomia pubblico vs privato e immaginare la gestione dei servizi pubblici locali con profitti limitati o azzerati. I dati presentati nel saggio IFEL citato nel precedente articolo, dimostrano che la battaglia pubblico (tutela dell’autonomia degli Enti Locali) contro privato (tutela della concorrenza) è stata, ed è, un “falso problema”. In questi anni, senza alcuna differenza, le società di servizi pubblici locali, a capitale pubblico, miste o a capitale privato, hanno utilizzano le medesime logiche e impostazioni gestionali per raggiungere un unico obiettivo: la massimizzazione dei margini d’impresa e dei rendimenti del capitale.

La conferma di come il soggetto pubblico sia rimasto imbrigliato nella sua azione regolatoria dall’applicazione delle leggi del mercato sempre e ovunque, è presente nell’art. 1 comma 725 della legge 296/2006. Il quale prevede per la determinazione dei compensi degli amministratori delle società a totale partecipazione dei Comuni e delle Province, un sistema di indennità di risultato aggiuntiva alla normale retribuzione, solo se la società raggiunge l’utile di esercizio; come se lo scopo unico e principale delle società e soprattutto l’unico parametro di successo di una società che si occupa di servizi pubblici essenziali, sia la produzione di profitti. Nello studio IFEL è presente un esempio interessante di tale aberrazione, che per ragioni di spazio tralasciamo di riportare. E allora, a che serve la “ripubblicizzazione dei servizi pubblici” se le logiche e le regole sono queste? Quindi la domanda vera sulla quale si invita a riflettere e provare a dare risposte è la seguente: “la gestione dei servizi pubblici locali, deve essere oggetto di perseguimento di rendita e di profitti illimitati oppure su di essi è necessario che il legislatore limiti, minimizzandoli o in alcuni casi azzerandoli, la possibilità di trarre profitti e di massimizzare i rendimenti del capitale?”.

Rivoluzionare la gestione dei servizi

Se la risposta è affermativa, occorre rivoluzionare regole, comportamenti e cultura gestionale. Oggi in Italia, non è possibile rintracciare e comparare informazioni strutturate omogeneamente sulla qualità del servizio offerto ai cittadini. Ma al di là della misurazione delle prestazioni della gestione, che sono di fondamentale importanza per i cittadini, di gran lunga maggior interesse, è la strutturazione delle informazioni a supporto delle politiche di investimento per valutarne imprescindibilità e priorità, ma soprattutto gli effetti sui fabbisogni espressi dai cittadini. Del resto, è sugli investimenti e sui meccanismi del loro finanziamento che si sta avviluppando in modo suicida il settore dei servizi pubblici locali. E’ pertanto dirimente, arrivare a strutturare una rete di informazioni e dati per la costruzione degli scenari e la verifica degli effetti degli investimenti sulla qualità e quantità dei servizi e sull’onerosità diretta e indiretta per i cittadini. Il bilancio delle società dovrebbe essere letto in modo capovolto, non a partire dal fatturato per arrivare, detratti i costi, all’utile. Ma una volta definito un condiviso, trasparente, misurabile livello di servizio offerto, articolato per ciascun territorio e tipologia di servizio, il successo aziendale deve essere determinato dalla capacità, possibilità di riduzione dei ricavi aziendali: ossia di riduzione dei consumi e delle tariffe per i cittadini!

Sono necessari così nuovi strumenti di finanza per il settore dei servizi pubblici locali, adeguati per costi e durata, da ricercarsi senza l’intermediazione del sistema finanziario tradizionale. Il “combinato disposto” di molteplici fattori a tutti noti, ha determinato e comporterà un periodo non breve di scarsità di risorse pubbliche per gli investimenti, anche se la necessità di investire è realmente avvertita. Un’analisi condotta dalla CGIL, stima che nell’arco di 15 anni occorrerebbero investimenti nei servizi pubblici locali pari a circa 100 miliardi di euro. Si pone pertanto il problema di dove reperire le risorse per finanziare gli investimenti più o meno congruamente valutati. Il ricorso all’indebitamento con gli strumenti del mercato finanziario tradizionale è da considerarsi non adatto per gli investimenti in infrastrutture a supporto dei servizi pubblici locali a causa dell’inadeguatezza dei tempi di rimborso (troppo brevi per le caratteristiche di lungo periodo delle infrastrutture dei servizi pubblici locali) e del costo del denaro (non in linea con la redditività producibile da un servizio pubblico). Secondo l’ANEA (l’associazione nazionale delle Autorità e Enti di Ambito italiani) la soluzione sarebbe: investimenti pubblici a fondo perduto ed incrementi tariffari a carico della collettività. Troppo facile e spudorato!

La Cassa Depositi e Prestiti, rinnovata nella sua vocazione pubblicistica, ha le competenze e le capacità giuridico-finanziarie per la creazione di strumenti innovativi promossi dagli Enti Locali nel loro territorio. Insieme ad essa è auspicabile il coinvolgimento di Banca Etica, che potrebbe rappresentare il corretto canale culturale per promuovere la raccolta degli investimenti per i servizi pubblici essenziali quali “bene comune”. La raccolta del denaro con tali strumenti e prodotti innovativi deve essere: fatta a livello locale, di dimensioni adeguate ai territori, a basso rischio e di conseguenza a basso rendimento finanziario. Gli investitori non speculativi già ci sono: i risparmiatori postali (217,8 miliardi di euro); i fondi pensione (90 miliardi di euro); le consistenza finanziarie delle famiglie (3.541 miliardi di euro). Tutti soggetti da coinvolgere verso il finanziamento degli Enti Locali, che attualmente attrae somme irrilevanti (0,4 miliardi di euro).

Le riflessioni e le proposte di politica economica di settore presentate, si inseriscono a pieno titolo nel solco del grande dibattito apertosi sulla stampa statunitense all’indomani della rielezione di Obama (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Obama-o-della-caduta-dell-economia-del-trickle-down) a proposito della sconfitta della “trickle down economics theory” da parte della nuova emergente “middle out economics theory” che si fonda sulla convinzione che una forte classe media sia il fattore di successo della crescita economica. Obama, ha inteso indicare una strada verso un “livellamento dei picchi”, una strada di “attrazione osmotica della distribuzione della ricchezza verso la propria mediana”, immaginando una “limitazione dei profitti e delle rendite” del famoso “1%” della popolazione a vantaggio dell’altro “99%”, in modo da spalmare la ricchezza su più persone (classe media) rafforzandone la loro capacità di spesa, innestando un circolo virtuoso di nuovi posti di lavoro, maggiori disponibilità economiche per l’istruzione e la cultura, maggiore consapevolezza dei processi di partecipazione e controllo della democrazia. In Italia, chi sta immaginando? E soprattutto, cosa?

3/02/2013                da www.sbilanciamoci.info

 

Categorie:ECONOMIA E LAVORO
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