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NESSUN PODIO: STAR BENE A SCUOLA SI PUO’

di Emilia De Rienzocoop

Qualcuno ha trovato la pazienza di fare due calcoli: nelle linee guida della “Buona scuola” la parola valutazione compare 51 volte, impresa e/o azienda 19, merito 8, competizione 5; compaiono una sola volta le parole condivisione e collegiale, completamente assente cooperazione. Insomma, mettersi in competizione come imperativo categorico da insegnare ai ragazzi. È la palestra per inseguire il profitto. Eppure, chi vive la scuola lo sa, solo in un clima solidale bambini e ragazzi vengono più volentieri a scuola e sono più disponibili ad apprendere.

 

Nel mondo in cui viviamo sembra diventato un imperativo categorico insegnare ai ragazzi a mettersi in competizione tra di loro piuttosto che a cooperare, a costruire nella classe una rete che permetta lo scambio non solo umano, ma anche di competenze. I ragazzi, di fatto, fuori e dentro alla scuola vengono spesso spinti a dare il massimo nel confrontarsi con gli altri. Può succedere, dice la Vegetti Finzi, che: «per essere accettato, riconosciuto, amato, il bambino si sforza in tutti i modi di compiacere le aspettative dei genitori, dell’ambiente che lo circonda, dimostrandosi non solo bravo e intelligente, ma più bravo, più intelligente di altri». Questo atteggiamento, però, ci avverte la psicologa, ha un rischio perché «avviene a spese del nucleo più profondo e più vero della sua personalità, quello legato alle emozioni e alla creatività, che non ha modo di manifestarsi, soffocato com’è da questo imperativo categorico: devi essere intelligente, se vuoi essere accettato». Si tratta spesso di un rischio «differito» che emerge più avanti «quando l’intelligenza non basta più per sentirsi vivi, amati e accettati. Quando si cerca se stessi. E non ci si trova: perché l’intelligenza, appunto, non è tutto nella vita di una persona» (…)

Non si pensa mai abbastanza a quanti sentimenti negativi porti con sé una stimolazione troppo forte ed indiscriminata alla competizione. I ragazzi diventano gelosi, invidiosi, rivali fra di loro; perdere spesso genera frustrazione; quando si è sempre vincitori ci si può sentire soli. Soprattutto i rapporti fra di loro si deteriorano. L’affermazione esasperata di se stessi può spingere l’individuo a voler annullare l’altro, non importa chi esso sia, l’importante è che ci sia qualcuno su cui puoi affermare il proprio dominio, la propria superiorità. In questo modo si annulla l’altro, ma si annulla anche se stessi. La figura mitologica di Narciso che si innamora della sua immagine, che cerca di abbracciarsi e in questo modo muore annegato, è densa di significato anche nel mondo di oggi. Sempre di più si vede la relazione dell’altro solo in modo utilitaristico, l’altro deve servire a raggiungere il mio scopo, è quasi come se fosse estensione del mio io. (…) Imparare a diventare individui che sanno cooperare, mettersi a confronto, imparare a costruire scopi comuni mettono, invece, in campo aspetti fondamentali per il proprio vivere bene. Il ragazzo impara a sostenere l’altro quando ha bisogno e sa che qualcuno sosterrà lui quando sarà in difficoltà. In un clima solidale viene più volentieri a scuola, è più disponibile ad apprendere perché non è ossessionato dall’idea di sbagliare o di dover a tutti i costi eccellere.

Senza contare che in una logica del genere non c’è spazio per chi è più debole, non c’è spazio neanche per le nostre difficoltà: quelle che incontriamo nella vita di tutti i giorni. Concludiamo con quanto dice su La Repubblica Nadia Urbinati che coglie ciò su cui dovrebbe concentrarsi una scuola che vuole essere veramente democratica e di tutti senza togliere nulla ai cosiddetti “meritevoli”: “La scuola, quella pubblica in primo luogo perché scuola dalla quale devono uscire non solo buoni professionisti, ma anche cittadini competenti e con senso civico, dovrebbe (…) portare ragazzi di ogni classe sociale e con diversi punti di partenza culturali ad amare la conoscenza, a scoprire la propria vocazione, ad apprendere a formulare giudizi per poter scegliere con cognizione di causa e responsabilità. La gara scolastica dovrebbe essere quella che porta i migliori a cooperare per elevare tutti i compagni. Una competizione al meglio perché più l’ambiente è ricco di stimoli per tutti più numerosi saranno i talenti che emergono. La gara non è quindi ad esclusione, soprattutto quando la scuola è scuola pubblica di formazione, che prepara all’università e alla vita. Premiare il primo dell’istituto può significare invitare dirigenti e insegnanti a distogliere lo sguardo dal meglio per tutti gli allievi in generale per concentrarlo su chi dovrà tagliare il traguardo”.

25/02/2015

da www.lascuolariguardatutti.blogspot.it

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