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ECONOMIA SENZA LIMITI

di Alessandro Pertosanig

Non sappiamo più coglierci come parte di comunità più grandi, come abitanti di una sola madre terra. Il dominio dell’economia sulla vita delle persone, mentre promette l’infinito superamento di ogni limite, costruisce relazioni servo-padrone. Scienza, cultura, istituzioni non sono neutre, sono parte di questo cantiere distruttivo che produce indifferenza. 

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Il vero peccato originale della cultura tecnologica contemporanea si esprime attraverso il convincimento che la frammentazione dell’essere (quell’essere che ci costituisce e in cui ci troviamo a vivere) sia un dato naturale indiscutibile. E l’idea che l’essere dell’Altro uomo o l’essere della natura sia diverso dal mio – e per questo motivo a quell’essere che mi sta davanti come oggetto resto estraneo – sta proprio alla radice della cultura tecnologica contemporanea, che usa strumentalmente le istituzioni e la cultura per giustificare il dominio familiare, sociale, politico ed economico, così come si serve della divisione fra soggetto e oggetto per avallare anche la dinamica Servo-Padrone, una delle tante varianti della frammentazione dell’essere.

Il singolo che non sa cogliersi come parte del tutto, che si concepisce diviso e separato, e che non afferra il senso univoco dell’essere, scorge in lontananza un altro essere dirimpetto, un essere oggettivo abbandonato dinanzi ai suoi occhi, un essere che è un qualcosa che gli manca e che potrebbe fare suo. Questo essere oggettivo (res), che è altro da sé, è proprio l’altro – l’altra cosa che non si ha – ed è appunto ciò di cui il soggetto avverte il bisogno, e il bisogno scatena il desiderio irrefrenabile del possesso, che si colma col soddisfacimento del desiderio stesso: ovvero si colma col godimento di quella stessa res; si colma con la sottomissione dell’Altro uomo (di cui non mi curo e che quindi ai miei occhi appare come mero oggetto) o dell’altra «cosa» ai propri voleri e desideri.

L’infinito superamento di ogni limite

Ma, a questo punto, il nodo viene al pettine: si avrebbe davvero bisogno di sottomettere l’Altro, o di acquisire un altro essere, se si capisse, una buona volta, che ogni essere è quantitativamente tutto l’essere che è, e nulla di meno? Si avrebbe sul serio bisogno di conquistare il mondo, di trasformare oggetti o di acquistare merci se si capisse che tutto ciò che si è, è tutto l’essere quantitativamente possibile? L’idea che vi sia dell’altro essere oltre l’essere che ognuno esprime – o il che è lo stesso, l’idea che si possa aggiungere dell’essere esogeno all’essere che si è – è la radice dell’obesa allucinazione contemporanea. Perché solo chi è convinto di poter aumentare il proprio essere, dominando l’Altro o acquisendo merci, è anche disposto ad accettare la razionalità dell’economia tecnologica, che promette l’infinito superamento di ogni limite servendosi del capitalismo e della tecnica stessa: e all’interno di questo orizzonte, la trasformazione dell’essere diventa il passaggio centrale, nonché il rito quotidiano cui partecipare, onde evitare la messa al bando da parte del potere sociale, comunitario e politico.

In questo senso onnipervasivo, allora, tecnica non è solo lo strumento, la tecnica non è solo la scienza, ma tecniche sono anche la cultura, le nazioni e le istituzioni dietro a cui l’élite al potere cela il suo dominio per nulla neutrale o innocente. E le istituzioni contemporanee attengono sempre più all’essenza della tecnica perché fungono da strumento e scopo con cui l’élite controlla la massa ampia di sottoposti, usandogli una violenza «pedagogica» senza precedenti. La cultura contemporanea è colonizzata infatti dal sopruso, dall’indifferenza, dall’egoismo: tutto si riduce al benessere singolare, al benessere di quell’essere che non è inter-essato a condividere nulla, perché è del tutto incapace di incrociare lo sguardo col vicino e di cogliere nei suoi occhi l’originaria comunione sostanziale che lega universalmente tutti gli esseri viventi e non viventi. E la chiusura ermetica in se stessi è così radicata che nessuno si scandalizza più se un anziano, ridotto magari a vivere per strada, muore assiderato, o se un migrante affoga lungo il viaggio della speranza, o se il mondo in cui viviamo si dirige a grandi falcate verso la catastrofe, mentre i titoli dei giornali e i commenti televisivi sono sempre più centrati sugli indici della borsa e sui rischi di un possibile ribasso. Ciò che più sconvolge è il constatare che le stesse vittime di questo sistema – ovvero gli uomini e le donne della classe dominata – si trovano pienamente a loro agio all’interno di questa cultura della frammentazione e dell’egoismo propalata dall’élite. Assistiamo basiti allo scontro finale di tutti contro tutti, constatiamo l’emergenza di un quotidiano richiamo alla guerra fra poveri, alla lotta generalizzata e globale che arricchisce, tuttavia, solo la classe dominante.

La violenza delle istituzioni

Questa violenza è oggi, più che mai, davanti agli occhi di tutti. Violenza di un potere centrale (controllato dalle solite lobbies) che legifera disinteressandosi delle comunità periferiche, del benessere naturale, della giustizia distributiva, dei sogni, delle aspirazioni e degli interessi delle generazioni future. La violenza delle istituzioni emerge dunque dalla nebulosa del potere e si pone sulla linea dell’orizzonte assumendo le sembianze di un terrorismo legalizzato; si pone come terrorismo che tende costantemente alla realizzazione di un progetto sociale e politico, dominato dalla logica fredda e cruda dell’economia tecnologica.

A fare da stampella al potere istituzionalizzato interviene il linguaggio violento della verità incontrovertibile, spesa ad uso e consumo della classe dominante che impone, e non propone, la sua cultura, il suo nomos, i suoi valori, la sua legge. E la cultura dominante contemporanea è interamente colonizzata dall’ideologia economico tecnologica che pretende di avere dalla sua parte quella verità immutabile che sta, che persiste nel suo essere sempre identica a se stessa, persiste in quell’essere che non muta. Chi domina assume quindi un punto di vista assoluto, opera convintamente «con verità», pretende di avere «la verità in tasca», esercita il potere supponendo di sapere meglio degli altri «come stanno le cose», e sapendolo (ma il sapere è qui una fede inconsapevole) impone un certo modello agli altri, che non conoscono ancora (questa almeno è la presunzione dell’élite) il destino dell’essere che li avvolge.

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All’orizzonte apparirà la notte

La frammentarietà ontologica e la violenza espressa dal logos fungono da strumenti usati dall’élite al potere in vista della massimizzazione dello scopo tecnologico, che consiste nel dominio assoluto del cosmo. Il punto è, tuttavia, che la stessa classe dominante è incapace di cogliere appieno il rischio che anch’essa corre nel momento in cui la tecnica contemporanea diventa lo scopo dell’agire universale. Perché quando quello scopo avrà spinto lo strumento oltre il punto di rottura, all’orizzonte apparirà la notte annichilente come il limite inoltrepassabile che sopraggiungerà senza tentennamenti; è allora la notte il limite tremendo e ignoto che dobbiamo temere già ora, perché è quel limite su cui non possiamo pronunciarci, è l’indecifrabile su cui non siamo in grado di dire né di pensare nulla, perché la notte è il luogo del buio, mentre la filosofia ha cura solo di ciò che sta nella luce.

E allora per non cadere nel gorgo della notte che distrugge tutto dobbiamo lasciar tramontare l’orizzonte economico, il che vuol anche dire assumere un nuovo punto di vista da cui partire per organizzare lo spazio umano secondo forme sostanziali e verbali liberate dalle catene del dominio. Ma ogni tentativo in questo senso sarebbe vano se non si mostrasse, prima, il vicolo cieco in cui si è andato a cacciare il pensiero occidentale dal momento che ha cominciato a credere di potersi realmente fondare sulla verità incontrovertibile che non si lascia negare e che persiste eternamente sempre identica a se stessa.

Ricercatore in filosofia, Alessandro Pertosa scrive irregolarmente di filosofia, economia, teologia, bioetica, decrescita. In questa pagina, il quinto di diversi saggi (gli altri sono Il luogo del dominio, La mano che schiaccia, Il tempo della tecnica, Il limite nel pensiero occidentale) che indagano i concetti di economia, decrescita, utopia, potere.

16/02/2015

da www.comune-info.net

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