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AFGHANISTAN, SIAMO SEMPRE IN GUERRA

di Alex Zanotelli

Nonostante la processione di bare, nonostante i suicidi dei soldati che tornano dalla guerra e nonostante i 40.000 tra militari e civili afghani uccisi, la guerra in Afghanistan prosegue. Gli eserciti la chiamano guerra, le armi che vengono utlizzate sono armi da guerra, ma la propaganda italiana sostenuta da tutti i partiti, ricorda Alex Zanotelli in vista della Festa della Repubblica del 2 giugno, continua a chiamarla «missione di pace». «Può un paese che per presunte carenze economiche riduce i posti letto negli ospedali, blocca gli stipendi, tiene i detenuti in condizioni inumane, licenzia gli insegnanti, aumenta gli studenti per classe, riduce le ore di scuola, accetta senza scomporsi che una parte sempre più grande di cittadini viva nella povertà, impegnare in armamenti e sistemi d’arma decine di miliardi di euro?».

 

Siamo entrati nel dodicesimo anno della guerra contro l’Afghanistan: è un momento importante per porci una serie di domande. In quel lontano e tragico 7 ottobre 2001 il governo Usa, appoggiato dalla Coalizione internazionale contro il terrorismo, ha lanciato un attacco aereo contro l’Afghanistan. Questa guerra continua nel silenzio e nell’indifferenza, nonostante l’infinita processione di poco meno di due mila bare dei nostri soldati morti. Che si tratti di guerra è ormai certo, sia perché tutti gli eserciti coinvolti la definiscono tale, sia perché il numero dei soldati che la combattono e le armi micidiali che usano non lasciano spazio agli eufemismi della propaganda italiana che continua a chiamarla «missione di pace».Si parla di 40.000 morti afghani (militari e civili), e il meccanismo di odio che si è scatenato non ha niente a che vedere con la pace. Come si può chiamare pace e desiderare la pace, se con una mano diciamo di volere offrire aiuti e liberazione e con l’altra impugniamo le armi e uccidiamo? La guerra in Afghanistan ha trovato in Italia in questi anni unanime consenso da parte di tutti i partiti. Rileggere le dichiarazioni di voto in occasione dei ricorrenti finanziamenti della «missione» rivela devastanti luoghi comuni e diffuso retorico patriottismo. Perché solo la guerra trova la politica italiana tutta d’accordo? Chi ispira questo patriottismo guerrafondaio che rigetta l’articolo 11 della nostra Costituzione?

Quei suicidi di chi torna dalla guerra

Mistificazioni, complicità false notizie di guerra che condannano i cittadini alla disinformazione, che orientano l’opinione pubblica a giustificare la guerra e a considerare questa guerra in Afghanistan come inevitabile e buona. La guerra in Iraq, i suoi orrori e la sua ufficiale conclusione hanno confermato negli ultimi giorni la totale inutilità di queste «missioni di morte». Le sevizie compiute nel carcere di Abu Ghraib e in quello di Guantanamo, i bombardamenti al fosforo della città di Falluja nella infame operazione Phantom Fury non hanno costruito certo né pace né democrazia, ma hanno moltiplicato in Iraq il rancore e la vendetta. Altrimenti perché sono ormai centinaia i soldati degli Stati uniti, del Canada e del Regno unito che si suicidano, dopo essere tornati dall’Iraq e dall’Afghanistan? Cosa tormenta la coscienza e la memoria di questi veterani? Cosa hanno visto e cosa hanno fatto che non possono più dimenticare? Dall’inizio della guerra in Afghanistan ci sono più morti fra i soldati tornati a casa che tra quelli al fronte: si susseguono i suicidi dei veterani negli Usa.

Chi dunque ha voluto e vuole questa guerra afghana che ci costa quasi due milioni di euro al giorno? Chi decide di spendere oltre 600 milioni di euro in un anno per mantenere in Afghanistan 3.300 soldati, sostenuti da 750 mezzi terrestri e 30 veicoli? Come facciamo tra poco ad aggiungere al nostro contingente altri 700 militari? Quante scuole e ospedali si potrebbero costruire? Chi sono i fabbricanti italiani di morte e di mutilazioni che vendono le armi per fare questa guerra? Chi sono gli ex generali italiani che sono ai vertici di queste industrie? Come fanno tante associazioni cattoliche ad accettare soldi da industrie di armi? Che pressioni fanno le industrie militari sul Parlamento per ottenere commesse di armi e di sistemi d’arma? Quanto lucrano su queste guerre la Finmeccanica, l’Iveco-Fiat, la Oto Melara, l’Alenia Aeronautica e le banche che le finanziano? E come fanno tante associazioni cattoliche ad accettare da queste industrie e da queste banche elargizioni e benefici? Può una nazione come l’Italia che per presunte carenze economiche riduce i posti letto negli ospedali, blocca gli stipendi, tiene i detenuti in condizioni abominevoli e inumane, licenzia gli insegnanti, aumenta gli studenti per classe fino al numero di 35, riduce le ore di scuola, accetta senza scomporsi che una parte sempre più grande di cittadini viva nell’indigenza e nella povertà, impegnare in armamenti e sistemi d’arma decine di miliardi di euro? A cosa serviranno per il nostro benessere e per la pace i cacciabombardieri, le navi Frem, la portaerei Cavour? Chi sottoscrive questo appello vuole soltanto che in Italia si risponda a queste domande. Rispondano i presidenti del Consiglio di questi ultimi dieci anni, i ministri della difesa e tutti parlamentari che hanno approvato i finanziamenti a questa guerra. Dicano con franchezza che questa guerra si combatte perché l’Afghanistan è un nodo strategico per il controllo delle energie, per il profitto di alcuni gruppi industriali italiani, per una egemonia economica internazionale, per una volontà di potenza che rappresenta un neocolonialismo mascherato da intenti umanitari e democratici, poiché questi non si possono mai affermare con armi e violenza.

Questo articolo è stato scritto in vista delle iniziative sul 2 giugno: Festa della Repubblica che ripudia la guerra.

Perché il 2 giugno torni ad essere una piazza

Cambiare festa della Repubblica: iniziativa delle associazioni pacifiste sul parlamento

 

30/05/2013

da www.metaforum.it

 

 

Categorie:GUERRA E PACE
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